Venerdì al cinema è uscito 50 sfumature di grigio: non ci voglio spendere più di due righe.
Si tratta di un film dozzinale, recitato e sceneggiato male, che cerca di mettere sotto una luce romantica e positiva una relazione basata sugli abusi fisici e psicologici tra una ragazza inesperta e manipolabile e un sociopatico.
Mi sembra strano che nessuna femminista abbia lanciato strali contro libro e pellicola: è allucinante il messaggio proposto.

Il film di cui vorrei parlarvi invece è tutt’altro.
Un film che colpisce davvero: Whiplash.
Whiplash parla di musica e di artisti, ma soprattutto parla di quello che vuol dire raggiungere il proprio obiettivo.
Whiplash parla di tutti quelli che hanno capito che per diventare grandi non basta postare un video su YouTube girato male, sperando di diventare famosi: per diventare grandi ci vuole sacrificio e rinuncia.
Per diventare grandi bisogna fare i conti con la sconfitta, abbracciarla e farla diventare un punto di forza.
E a far capire tutto questo il regista, Damien Chazelle, ci riesce benissimo: sia confezionando un film tecnicamente perfetto e curato (ogni inquadratura, ogni suono o immagine è studiata), sia grazie alla performance dei due protagonisti.
Non conta nessun altro personaggio, sono tutti comparse nella vita di Andrew (interpretato da Miles Teller) che vuole diventare il miglior batterista jazz della sua epoca e il suo insegnante, un maestro di musica che ricorderà ai più il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket.

Ma non bisogna fermarsi a questo paragone, perché c’è molto di più nel personaggio interpretato magistralmente da J.K. Simmons (e lasciatemi dire che non mi sarei mai aspettato una performance così da lui): c’è la stessai ansia e la stessa foga del suo allievo per diventare grande, per trovare l’artista che diventerà l’astro della sua generazione, quello che è in grado di capire che dietro i metodi da bullo c’è una complessità diversa, che vuole spingere il giovane artista a dare sempre di più a non arrendersi o sedersi solo perché qualcuno gli ha detto che ha fatto “un buon lavoro”.

Chazelle mette al centro del suo film l’uomo e la musica, il rapporto tra i due, insistendo sui volti e sugli strumenti in ogni inquadratura: non c’è tempo per relazioni che non siano con gli spartiti e le bacchette, con il rullio di batteria che accompagna tutto il film, in un ritmo frenetico che aiuta a mantenere la tensione e l’ansia, che ci avvicina sempre di più al giovane Andrew, che ci aiuta a capirlo.
Whiplash è un film che tutti dovrebbero vedere per capire cosa significhi perseguire la propria strada, nonostante tutto.
Le uniche persone che potrebbero non apprezzarlo sono quelle che non vogliono fare i conti con loro stesse, quelle che non capiscono che ogni fallimento è un punto da cui ripartire migliorandosi: quelle persone meritano solo film come 50 sfumature di grigio.

Voto:


Birdman mi aveva fatto quasi pensare di aver già trovato il film dell’anno: ora la scelta è quasi impossibile. Niente mezzi punti in meno per questo film.

Menzione speciale: la colonna sonora. Non è solo da contorno al film, ma ne è parte integrante, ne crea il ritmo ed emoziona.


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