Questa non può essere una recensione, no. Questa è una lettera d'amore. Una lettera per il cinema italiano, una lettera per la scimmia che ti prende quando qualcosa ti esalta.
Prendiamola larga, dall'immagine di copertina, presa dal poster con i protagonisti. Sembra quasi una vignetta di Frank Miller, con quella punta di viola (che è il colore dei cattivi, fateci caso):


Questi due e il regista Gabriele Mainetti ti fanno credere che tutto è possibile.
Ma andiamo piano, andiamo con ordine. Scegliamo le parole per sedurre questo film come una donna. Non una donna bella, magari anche un po' maschiaccio, ma affascinante. Una donna che ti travolge, che alla fine rimani un po' pesto, ma anche contento.
E mentre ci stai insieme ti senti onnipotente, come se fossi preda della scimmia di cui sopra.
La scimmia è quella cattiva però, che quando ti lascia te ne accorgi nel modo più brutto, quando ormai sai che non c'è più niente da fare, perché ci sei sotto, un po' come dice Finardi in questa canzone:



Ora dovreste essere nel mood, magari un po' confusi. Magari state ascoltando ancora la canzone qui sopra e vi chiedete dove voglia andare a parare con il mio sproloquio.
Seguitemi per favore, ve l'ho detto non è propriamente una recensione, è la lettera di un innamorato. Uno che è un po' confuso e scrive di getto.
Seguite il mio ragionamento.
Noi siamo stati abituati alla sfiducia, a non credere a niente a pensare che non siamo capaci di nulla, in ogni frangente, compreso il cinema.
Per l'uomo comune (il famigerato italiano medio) esistono solo le commedie scollacciate o i film estremamente autoreferenziali e un po' snob. In mezzo vivono altre decine di pellicole, senza infamia e senza lode, molte delle quali parlano del nostro contesto sociale, ma sempre con estrema pesantezza e drammaticità. Come se non puoi fare cinema in Italia se non sei triste e impegnato o peggio, se non rutti, scoreggi e fai battute sulle tette.
In questo humus, non c'è la volontà di credere che ci si possa rialzare e fare qualcosa di diverso. Lottare per la propria idea senza migrare all'estero.

Mainetti vuole fare un film di supereroi. E vuole fare un film italiano. Cosa c'è di strano?
Mainetti ha 39 anni, è nato quando in Italia c'era tutto un contesto particolare, quando il boom iniziava a passare. Io provo a identificarmi con lui, a fare queste supposizioni, perché un po' quell'onda l'ho vista scemare, piccolo piccolo, e mi piace pensare che bene o male certe cose dell'infanzia sono le stesse per chi ha vissuto quelle due decadi, che ora si ricordano con un po' di rimpianto.
Negli anni '80 (e anche per metà degli anni '90) i ragazzini guardavano principalmente film e cartoni dove la gente si menava e anche forte. Da Kenshiro a Bud Spencer, dagli action movie americani a Dragon Ball, la gente non faceva altro che menarsi.
In mezzo a questo c'erano pure questi robottoni giapponesi che nel nome della giustizia, combattevano mostri alieni pronunciando ad alta voce i nomi delle loro mosse (roba che se c'era un cattivo furbo, se scansava da parte quei due minuti prima, ma va beh, non spezziamo l'incanto).
E quando uno cresce con questi modelli, e poi fa cinema, gli viene la voglia di provarci. Anche se è in un contesto che gli rema contro.

Ma come fai? Come puoi venire fuori?
Beh meni più forte. Ti chiudono la porta in faccia? Tu la sfondi.
Ed è quello che fa Lo chiamavano Jeeg Robot, che è un film immenso.
Non solo perché è fatto tecnicamente bene, non solo perché è credibile, ma soprattutto perché dà un messaggio: Marvel nun te temo (per dirla alla romanaccia, come i personaggi di borgata, come il canaro e il ladruncolo del film).
Se ci credi, ce la fai ad essere proiettato nelle sale con un supereroe de noartri.
Perchè l'unico modo di fare un film di supereroi in Italia, è prendere il contesto che conosciamo. Non dobbiamo rubare le idee agli Avengers, a Batman o a chicchessia.
No, prendiamo uno stronzo qualunque, un ladruncolo e una mezza tacca che non piace a nessuno e a cui questo non importa un cazzo, anzi continua a dirti che non gliene frega niente.
Ma bisogna avere un cattivo anche e allora che fai? Beh, ma peschi sempre da quello che gli italiani sanno fare meglio, peschi talmente bene che ci metti anche un pezzo di Gomorra dentro e hai una banda sgangherata che lotta contro la Camorra per il traffico di stupefacenti.
In questo aggiungi anche un po' di tenerezza, una ragazza un po' stupida patita di Jeeg Robot, che si spiega la realtà con i personaggi di un anime giapponese degli anni '70. Un personaggio che ti fa ridacchiare, un po' colpevole e poi ad un certo punto ti fa sentire una merda, perché forse il motivo per cui è così non fa tanto ridere.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha il ritmo, ha la credibilità, ha due personaggi giganti che si contendono lo schermo.
Santamaria che è un po' come tutti noi, uno che all'inizio non ci crede, ma poi prende quei due schiaffi morali che lo fanno svegliare. che lo fanno diventare un uomo migliore e un eroe.
E poi c'è Luca Marinelli, che è stratosferico nella sua pazzia. L'araldo della società dell'apparenza, il caos che ha il solo fine della fama.
Ma guardatelo:



Un cattivo glitterato, un fan di Anna Oxa e della Bertè, troppo assurdo e incredibilmente verosimile. Uno che non riesci a descrivere se non citando un noto cattivo, forse il più noto: Joker. Perché è quello che più ci ricorda con la sua interpretazione il buon Marinelli.

Ma ci sarà un aspetto negativo no? Come dicevo all'inizio no?
Beh, il brutto di questo film è che inizi a crederci.
Inizi a pensare che qualcuno in Italia che sa fare un film coi coglioni ci sia. Inizi a sperare che questo sia il primo di una serie.
E non parlo solo di film di supereroi, ma di film che sappiano osare. Al netto dei Salvatores e dei Tornatore, che sono bravissimi ed eccelsi, ma appartengono a un certo tipo di cinema che è bene rimanga solo nelle loro mani.
Perché chi arriva adesso deve crederci, perché magari gli va bene come a Mainetti, o comunque ci ha provato.
Negli ultimi anni, nel cinema italiano, ho visto solo film che si potevano definire "carini". E dire carino all'opera di una persona che ci ha messo il sangue e il cuore, ci ha messo testa, ingegno e creatività, è quasi peggio che dire fa schifo. Perchè vuol dire che nonostante tutto l'impegno, è stato mediocre. Non terribile e non geniale. Solo mediocre, uno tra tanti.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film pericoloso perché può farci sperare che il nostro cinema possa portarci qualcosa di eccellente e innovativo.
Ma ancora di più è pericoloso perché ci seduce e ci fa credere di essere onnipotenti e poter fare tutto, basta crederci. Come la scimmia che ci sale sulla spalla, ma che a volte ci lascia e ci riporta nella sfiducia, perché ci abbiamo provato, ma abbiamo miseramente fallito.
Io ti scrivo questa lettera, sperando che tu voglia continuare ad amare il tuo pubblico mio caro cinema italiano. Continua a farci sognare. Non crederci una volta sola, non accarezzarci così per poi abbandonarci.

Io ho amato questo film e anche se ora ho paura di credere e di sperare, voglio avere il cuore d'acciaio...



Voto finale:
Un po' Unbreakable, un po' Gomorra, ma 100% originale e credibile.
Assolutamente nella mia top list dei film più belli mai visti.

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  1. Ella! hai messo la scimmia anche a me... adesso corro a vederlo.

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